Rave Viterbo. Battiti: nulla giustifica la violenza sessuale


20 luglio 2021

In questi giorni le cronache nazionali e locali non fanno che parlare del rave party tenutosi sulle rive del lago di Mezzano in provincia di Viterbo. Secondo alcune indiscrezioni sarebbero già due le denunce, presentate da donne che avevano partecipato all’evento, per violenze sessuali consumatesi durante i giorni del rave stesso.

Ci è capitato di leggere sui social come commento a questa terribile notizia che le vittime se la sarebbero andata a cercare e addirittura che avrebbero meritato lo stupro per aver fatto uso di alcool e droghe. Commenti inaccettabili, figli di quella “cultura dello stupro” che tende a giustificare e a normalizzare la violenza sessuale subita dalle donne. È in atto, come spesso accade, un processo di colpevolizzazione della vittima che sposta l’attenzione dalla gravità dell’atto compiuto a suo danno alla sua presunta condotta di provocazione o di messa in pericolo. In questo caso è gioco facile puntare sul consumo di alcool e di sostanze stupefacenti, tra l’altro ancora tutto da provare, per stigmatizzare il comportamento delle vittime: tutto è avvenuto, infatti, in occasione di una festa disapprovata da tutti. Ma niente può giustificare uno stupro. Semmai in questi casi la violenza sessuale è addirittura aggravata perché si è abusato “delle condizioni di inferiorità fisiche e psichiche” della vittima, incapace di esprimere un vero consenso e di difendersi.

L’associazione “Battiti”, impegnata da anni nella lotta contro la violenza sulle donne, non può restare in silenzio. Ogni donna che denuncia una violenza sessuale va ascoltata e creduta, non giudicata nè processata essa stessa. Non è lei da condannare, semmai il colpevole. Ci tornano alla mente le parole pronunciate dall’avvocata Tina Lagostena Bassi in Processo per stupro nel 1979: “Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna, la vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale” e ci sembrerebbe che nulla purtroppo sia cambiato da allora se oggi non facessimo sentire con forza la nostra voce a sostegno delle donne che hanno denunciato le violenze del rave proprio nel territorio in cui opera il nostro centro antiviolenza. Il cambiamento culturale di cui vogliamo e dobbiamo essere protagoniste parte proprio da qui, dalle parole e dal loro peso, anche da quelle scritte nascondendosi dietro l’anonimato di una tastiera, affinché la vittima di uno stupro non si trasformi in colpevole. Mai.